Un ritorno al passato per garantirsi il futuro
COMMENTO
di sandro Montega
A volte ritornano. Ieri sono tornati. Sono i minatori che sedici anni fa erano usciti da quelle stesse miniere senza futuro: giacimenti esauriti, era stata la sentenza, costi di estrazione toppo onerosi per essere competitivi. Erano usciti dalle gallerie con un'alternativa anche abbastanza alettante: un lavoro non più sottoterra ma alla luce del giorno, tra gli impianti di una fabbrica moderna installata per produrre lana di roccia: era l'impegno dello Stato (l'azienda era partecipata da società statali) per offrire un'alternativa a chi era costretto ad abbandonare i filoni esausti.
È durato quindici anni, un tempo discreto, ma non abbastanza per maturare l'età della pensione. La fabbrica ha chiuso e fuori dai cancelli non c'era un'altra alternativa. Si sono ritrovati disoccupati, parcheggiati nel limbo della cassa integrazione con un impegno, la frequenza di corsi di riqualificazione, e una vaga prospettiva, tornare nelle miniere per lavorare alla bonifica di quel territorio martoriato da decenni di sfruttamento selvaggio. Una prospettiva ancora aleatoria, mentre a Natale scadrà la cassa integrazione e c'è il rischio che l'anno nuovo incominci senza più neppure quei 700 euro dell'assegno di sopravvivenza.
È a questo punto che gli ex minatori, ex operai, diventati cassintegrati di lungo corso hanno deciso di tornare nella “loro” miniera. Un ritorno al passato per rivendicare un futuro fatto non più di assistenza ma di onesto lavoro, per farsi aprire quella porta alla quale hanno invano bussato.