Se le azioni crescono insieme ai disoccupati
Si vende a duemila dollari, produrlo ne costa duemila e quattrocento: si chiude. È la logica del profitto imposta dall'economia di mercato. Logica dalla quale una società quotata in borsa come l'Alcoa, non può sottrarsi: un azionista può al massimo accettare un anno di conti chiusi in pareggio, mai in perdita.
Alcoa di Portovesme non sfugge a questa regola che aveva portato, quasi tre anni fa allo spegnimento dei forni dell'Eurallumina. Anche allora era stato il crollo dei prezzi dell'allumina sui mercati internazionali a indurre la Rusal prima a dimezzare la produzione, quindi a chiudere la fabbrica. Era stata annunciata una chiusura temporanea, un anno, al massimo due. Le lineee di produzione sono ferme da quasi tre anni e non se ne scorge la ripartenza.
L'Eurallumina forniva all'Alsar la materia prima (l'allumina) per produrre alluminio. Un nastro tasportatore collegava i due stabilimenti con costi di approvvigionamento quasi nulli. Chiusa l'Eurallumina l'Alcoa ha dovuto importare via nave la materia prima. Operazione complicata anche per via dell'inefficienza del porto industriale che ha comportato spese aggiuntive per dieci milioni all'anno. È uno degli extracosti che, al primo segnale di debolezza del mercato, hanno messo fuori gioco l'Alcoa. Così la crisi dell'Eurallumina ha finito per determinare quella dell'Alcoa e, ora, la chiusura dell'Alcoa rischia di fare saltare il riavvio dell'Eurallumina. Dalle società per azioni si è passati alle reazioni a catena: le quotazioni in borsa crescono insieme al numero dei disoccupati, vincono le multinazionali e perde il Sulcis.