Se la vertenza va a finire in un vecchio pullman
di Sandro Mantega
Non erano indiani ma italiani. Ma la loro proposta è stata considerata ugualmente indecente. Erano arrivati a Portovesme lasciando intendere (magari anche senza volerlo) di essere interessati a rilevare un'azienda fallita titolare di una fabbrica chiusa da quasi tre anni, la Ila di Portovesme. Per i 166 ex dipendenti sopravvissuti a tre anni di cassa integrazione si era accesa la speranza: nuovo imprenditore, nuova vita per la fabbrica, nuovo lavoro nei capannoni da troppo tempo silenziosi.
Invece niente, ancora una disillusione. Lunedì, nel corso della vista agli impianti della fabbrica di laminati d'alluminio gli emissari della società hanno rivelato i loro piani: smontare pezzo a pezzo i macchinari, imbarcarli su un traghetto tutto-merci e trasferirli nella Penisola per montarli e rimetterli in marcia in un'altra fabbrica. Un tot di milioni di euro ai curatori fallimentari con tanti saluti ai lavoratori che, a quel punto, avrebbero perso, dopo il lavoro, anche la fabbrica.
Copione già visto, purtroppo, a venti chilometri di distanza. Lo stabilimento della Rockwool di Iglesias che per anni ha prodotto lana di roccia, ha subito quello stesso trattamento. La crisi, la chiusura della fabbrica, la cassa integrazione per i cento dipendenti e l'epilogo amaro della fabbrica, smontata e trasferita, stavolta sì, proprio in India. I lavoratori si sono ritrovati su un vecchio pullman, il “Rockbus”, parcheggiato davanti a una miniera chiusa. Aspettano, sperano e chiedono un lavoro nel risanamento dei siti minerari. Gli operai della fabbrica di laminati non vorrebbero finire dentro un “Ilabus”.