Se il lavoro diventa un privilegio mortale
di Sandro Mantega
Come spesso accade, la sentenza non accontenta nessuno. I genitori del povero Simone Medas, stritolati tra gli ingranaggi di uno degli impianti industriali di Portovesme, avrebbero voluto i giudici più severi nei confronti di coloro che ritengono i responsabili della morte del loro ragazzo. I cinque dirigenti della fabbrica, finiti nella sedia degli imputati, reclamavano l'assoluzione scaricando le responsabilità sul fato e sull'imprudenza del povero operaio.
I giudici si sono fermati a metà strada, riconoscendo non tanto le responsabilità della società ma quella dei singoli dirigenti e, peraltro, mitigando la pena.
A parte il commento dei due attori del processo (inevitabilmente di parte) sulla sentenza, resta l'assurdità della vicenda. È inconcepibile, infatti, che un giovane operaio, assunto peraltro come precario e giusto per pochi mesi, perda la vita mentre sta lavorando. Un incidente, riferiscono le cronache, da archiviare come morte bianca. Il fatto è che le morti bianche continuano ad aumentare. Secondo l'Osservatorio indipendente di Bologna le morti sul lavoro dall'inizio dell'anno a ieri sono state 525, il 12,1 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2010. Spesso, inoltre, morte bianca fa rima con lavoro nero, un'altra piaga che affligge l'Italia e dalla quale l'Isola non è immune.
Non è certo il caso di Simone Medas che un contratto regolare lo aveva. Ma una mattina è uscito di casa per andare a lavoro: in una terra di disoccupati si sentiva un privilegiato. Non è più tornato.