Morte di Simone, cinque condanne
Omicidio colposo con pene da 20 a 16 mesi per Candeloro, Pompei, Serra e De Vecchi
di Massimo Ledda (Unione Sarda)
Ridotte le richieste del pm. Rosino scagionato dall'accusa più grave
Cinque condanne, per l'incidente all'Eurallumina che costò la vita a Simone Medas. Quattro degli imputati sono stati riconosciuti responsabili di omicidio colposo.
Le cinque condanne, quattro per omicidio colposo, non placano la sete di giustizia del padre e della madre di Simone Medas, arrivati da Iglesias di buon mattino per ascoltare il verdetto. «L'hanno ammazzato oggi più che quel giorno - si sfogano a caldo Raffaele Medas e Maria Gavina Marras -, la verità è che non faranno neanche un giorno di galera, se la sono cavata con nulla». Sono le 14 di ieri e il giudice monocratico di Cagliari Lucia Perra ha appena letto la sentenza che individua i responsabili dell'orribile morte del figlio, da qualche mese operaio all'Euralluminia, avvenuta la mattina del 31 luglio 2007 nello stabilimento di Portovesme.
I VERDETTI
Una decisione che dimezza le richieste del pm Emanuele Secci, il quale aveva sollecitato condanne a tre anni per tutti gli imputati, scagionando tra l'altro dall'accusa più grave, cioè l'omicidio colposo, l'amministratore delegato di Euralluminia Vincenzo Rosino, difeso dall'avvocato Luigi Concas, che se l'è cavata con due mesi di arresto per la violazione delle norme sulla sicurezza. La pena più pesante è toccata al direttore Nicola Candeloro, condannato a un anno e 8 mesi, mentre al capo servizio dell'unità operativa ciclo Bayer Giorgio Pompei, al responsabile del servizio prevenzione Paolino Serra e al capo sezione unità operativa Bayer Diego De Vecchi sono stati inflitti, rispettivamente, un anno e mezzo, un anno e quattro mesi e un anno e mezzo. A tutti gli imputati il magistrato ha concesso la sospensione condizionale della pena e ad alcuni anche la non menzione.
L'INCIDENTE
Simone Medas aveva 29 anni quando, la mattina del 31 luglio 2007, restò schiacciato tra la copertura dei giganteschi macchinari che estraggono l'allumina e alcuni tubi. «Medas era impegnato nella pulizia dei filtri - aveva spiegato in aula l'ingegnere Paola Onnis, consulente del pm - ma non seguì la procedura corretta: passò all'interno della passerella non aspettando che il mantello fosse del tutto aperto. Inoltre probabilmente azionò la valvola dell'acqua con un piede, non accorgendosi dell'arrivo del macchinario». Ma la colpa, a parere del pm, non fu solo della sua imprudenza: «È certo - aggiunse l'esperta - che quell'area doveva essere interdetta, invece non c'erano cartelli che indicassero il pericolo e gli addetti non erano stati informati adeguatamente del rischio, tanto che molti erano convinti che quella seguita da Medas fosse la procedura corretta».
LA DIFESA
Una tesi contestata dagli avvocati della difesa, Patrizio Rovelli, Guido Manca Bitti e Concas, secondo i quali «la formazione degli operai in materia di sicurezza era curata in modo ineccepibile e la condotta da parte dell'operaio fu imprudente, per cui nulla può essere imputato all'azienda». Ieri il verdetto che, probabilmente, non accontenta nessuno.