Fanghi rossi e lo spettro del disastro

Pubblicato il da sandro

 

Gli interrogativi sulla scia della catastrofe ecologica sul Danubio

Sabato 16 ottobre 2010

Non c'è raffronto tra i fanghi rossi ungheresi e quelli di Eurallumina nel Sulcis. Lo spiega un esperto avanzando qualche sospetto.

 

E' lì da 35 anni, progressivamente è cresciuto in altezza, anello dopo anello, e da quando il suo gemello ungherese ha seminato poltiglia rossa e morti lungo il Danubio blu anche il bacino dei fanghi rossi dell'Eurallumina, a Portovesme, provoca qualche inquietudine.
Nel 1976 l'Eurallumina finisce di costruirlo (prima i fanghi venivano scaricati direttamente a mare) ed entra in funzione subito dopo: contiene circa 20 milioni di metri cubi di fanghi rossi, gli scarti di lavorazione prodotti dalla raffinazione della bauxite, che poi diventa allumina. Per ogni tonnellata di prodotto finiscono al bacino di Sa Foxi, Comune di Portoscuso, a due passi dalla frazione di Paringianu, circa una tonnellata di fanghi. 
Per questo il deposito di fanghi rossi è una sorta di appendice indispensabile di tutte le fabbriche di allumina del mondo: dove si raffina la bauxite, c'è un bacino. 
Nei giorni scorsi Greenpeace ha lanciato l'allarme, definendo il bacino una bomba ecologica, troppo vicina al mare, con grandi rischi per il Mediterraneo. Ma quali analogie ci sono tra i fanghi rossi ungheresi e quelli di Portovesme? Sono prodotti attraverso il metodo Bayer, con bauxite dalle caratteristiche simili. Eppure ci sono anche differenze sostanziali. 
Le spiega Ignazio Atzori, medico a Portoscuso, ex sindaco della cittadina industriale, che più di una volta si è scontrato con il mondo industriale esigendo il fermo rispetto delle prescrizioni ambientali. «A Portovesme abbiamo diversi allarmi ambientali, ma mi sento di escludere che la sicurezza del bacino rientri tra questi - dice Atzori - da noi per abbattere ulteriormente il livello di soda nei fanghi si utilizza l'acqua di mare, che con il suo contenuto di magnesio neutralizza la soda. In Ungheria si utilizza invece l'acqua dolce. Da noi inoltre la legislazione ambientale e le prescrizioni sono di sicuro più avanzate e rigorose rispetto a quelle dell'Ungheria prima dell'ingresso nell'Unione Europea». 
Atzori esclude lo scenario che è diventato incubo in Ungheria: l'argine che cede, la furia dei fanghi che si rovesciano tutto intorno. «Qui gli argini sono stati costruiti con materiali e tecniche particolari - dice - ma se proprio vogliamo prendere in considerazione l'ipotesi del cedimento, è impossibile che i fanghi rossi si riversino sul centro abitato di Paringianu, visto che il bacino è sul livello del mare e la frazione sta a monte. Questi allarmismi non hanno molto a che fare con la realtà e possono essere solo un alibi per chi vorrebbe cancellare l'industria». 
Anche i lavoratori non credono all'allarme ecologico. «Già prima di arrivare al bacino - dice Francesco Garau 
i fanghi vengono lavati, filtrati e neutralizzati con procedure ad hoc».

Dalla Rusal, la società proprietaria dell'Eurallumina, non arriva nessun commento ufficiale sulla questione-bacino, ma nel sito della multinazionale russa si trova un comunicato del proprietario della multinazionale, Oleg Deripaska, che offre il sostegno dei suoi esperti per il fronte ungherese. «Tutti i produttori di alluminio del mondo dovrebbero contribuire ad attenuare il disastro in Ungheria - si legge - credo sia giunto il momento per tutto il settore di sviluppare nuove garanzie per evitare tragedie simili in futuro».


ANTONELLA PANI

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