E ora quel bacino sta sprofondando
Sabato 16 ottobre 2010
di Anthony Muroni
Grande quanto cento campi da calcio, ad appena 200 metri dal mare aperto, il bacino di stoccaggio realizzato dall'Eurallumina contiene 20 milioni di metri cubi di residui della lavorazione della bauxite, accumulati in oltre 30 anni. Circa 25 volte le dimensioni del materiale che oggi crea il panico in Ungheria, dove lo sversamento di 800 mila metri cubi di scarti chimici della lavorazione dell'alluminio nel Danubio ha provocato l'inquinamento del fiume, svariati morti e costretto alla fuga almeno 7 mila abitanti.
IL COLOSSO RUSAL
E' la classica bomba ecologica a orologeria, che per esplodere attende soltanto di essere innescata. Un anno fa, quando l'azienda acquisita dai russi del colosso Rusal aveva ormai cessato le sue produzioni, i carabinieri hanno dato esecuzione al decreto di sequestro preventivo del nuovo e del vecchio bacino (124 e 50 ettari) di stoccaggio dei fanghi rossi e della vicina area sulla quale insiste la sala pompe della centrale Enel. I reati ipotizzati sono quelli di disastro ambientale doloso con inquinamento delle acque di falda, "cagionato dal bacino dei fanghi rossi". La causa del sequestro? Con la rottura di una tubatura, che collega la sala pompe della centrale elettrica al vicino stabilimento della Eurallumina, nel marzo 2009 si era scoperta una "rilevante fuoriuscita delle acque di falda", che si sono riversate sulla strada che separa i due stabilimenti. Le successive analisi hanno rilevato la presenza di fluoruri, boro, manganese e arsenico, in percentuali che oltrepassano i limiti consentiti dalle normative.
I SOSPETTI
Ma questo è solo il coperchio di una gigantesca pentola dal contenuto puzzolente, che a 25 metri di profondità è piena di una poltiglia che giorno dopo giorno s'insinua nelle falde acquifere del Sulcis e forse arriva a "sversare" in mare. Come se non bastasse, nella stessa operazione i carabinieri sono convinti di aver portato alla luce un traffico illecito di rifiuti speciali, anche pericolosi, costituiti da acque di falda contaminate che, dopo vari passaggi, confluivano nel bacino di stoccaggio.
IL MINISTERO Ora la patata bollente è finita tra le mani del ministero dell'Ambiente, nominato dal Tribunale custode giudiziale del sito. Roma ha appena finanziato l'appalto per nuove indagini sul bacino, commissionate dal Comune di Portoscuso. «Saranno eseguite indagini geotecniche nel sito, attualmente bloccato dopo il sequestro da parte della magistratura e, ovviamente, per il fermo della raffineria di allumina», dice il sindaco Adriano Puddu, che invita a non esagerare con il pessimismo: «Dobbiamo aspettare i risultati delle analisi prima di decidere il da farsi. Sono contro gli allarmismi ma siamo consci del fatto che in caso di disastro la nostra frazione di Paringianu, dove abitano circa 900 persone, sarebbe a forte rischio».
GLI STUDI
Nell'area di Sa Foxi si dovranno eseguire studi geotecnici, sondando il bacino in profondità, con prove di laboratorio e installazione di strumenti di monitoraggio. C'è anche chi, come il consigliere provinciale ambientalista Angelo Cremone, sostiene che dall'altezza prevista di 36 metri si sia passati a 25: «Questo significa che il bacino ormai ha sfondato nel sottosuolo, con tutte le disastrose conseguenze ambientali del caso».