Al posto del lavoro altra cassa integrazione
COMMENTO
di Sandro Mantega
Nella primavera del 2009 la Rusal staccò la spina all'Eurallumina. Spenti i forni nei quali la bauxite arrivata dall'Australia veniva trasformata in allumina, (diventava alluminio nelle celle elettrolitiche della vicina Alcoa) nello stabilimento rilevato qualche anno prima dagli imprenditori russi era calato in silenzio. “Crisi di mercato” avevano sentenziato da Mosca. I consumi di alluminio nel mondo erano precipitati in seguito alla crisi economica globale e il prezzo dell'alluminio (quindi anche dell'allumina) sui mercati internazionali era crollato a livelli mai visti: Quando i prezzi risaliranno riaccenderemo gli impianti, avevano promesso ai quattrocento dipendenti finiti in cassa integrazione.
La ripresa non ha tardato ad arrivare. Poco più di un anno dopo la domanda di alluminio ha ripreso a salire e con essa anche i prezzi. La Rusal ha riacceso i forni un po' in tutto il mondo. È ripartita la fabbrica della Giamaica, è stata potenziata la produzione negli impianti della Guinea e anche altri stabilimenti sparsi nei cinque continenti hanno ripreso a marciare.
Gli unici forni rimasti spenti sono stati quelli dell'Eurallumina di Portovesme. Ormai sono quasi tre anni che la fabbrica è chiusa ed il riavvio continua a sfuggire per l'insorgere di difficoltà in un percorso a ostacoli del quale non si vede la fine. L'Eurallumina chiama in causa il Governo, la Regione pure, servono soldi (milioni di euro) che non arrivano, garanzie che tardano ad essere ufficializzate. Gli operai chiedono il riavvio della fabbrica, hanno ottenuto altri tre mesi di cassa integrazione.