Rockwool: l'acquirente si ritira, operai disperati
«Siamo allo sbando. Ci sentiamo abbandonati al nostro destino, anche dalle istituzioni. Se entro due settimane non sapremo con chiarezza che futuro ci aspetta, siamo pronti a tutto».
Ancora un grido di disperazione e rabbia, ancora dal Sulcis Iglesiente.
Stavolta arriva da Sa Stoia, zona industriale di Iglesias.
A lanciarlo sono i cassintegrati della Rockwool, all'indomani del definitivo fallimento delle trattative per la cessione dello stabilimento chiuso dalla multinazionale danese un anno fa.
È stata la Regione a comunicare ai lavoratori l'abbandono del tavolo di contrattazione da parte della Gres 2000, gruppo imprenditoriale giudicato, tanto dalla Rockwool quanto dal Ministero per lo Sviluppo economico, troppo poco solido e affidabile per rilanciare l'unica fabbrica italiana di lana di roccia.
ANGOSCIA
Adesso, sotto i comignoli spenti del capannone presidiato da otto mesi da un'assemblea permanente dei lavoratori, si addensano gli interrogativi. «Abbiamo partecipato con disponibilità a ogni vertice
- dicono i rappresentanti sindacali di fabbrica
- confidando nella buona fede dei nostri interlocutori e nell'effettivo interesse a rimettere in moto uno stabilimento che ha ancora grossissime potenzialità produttive».
Un susseguirsi di incontri tecnici e politici durato mesi: prima con l'intento (rivelatosi vano) di convincere la Rockwool a tornare sui suoi passi e riprendere la produzione; poi con quello di seguire la trattativa apertasi tra il colosso di Copenhagen e la Gres 2000, che sembrava poter portare a qualcosa, vista anche la disponibilità manifestata dalla Regione ad accompagnare eventuali acquirenti nella fase di start-up, attraverso incentivi e altri interventi finanziari.
Nel frattempo le ore di cassa integrazione scorrevano inesorabilmente, e oggi, a due mesi dalla scadenza degli ammortizzatori sociali, i dipendenti della Rockwool si ritrovano con un pugno di mosche.
ULTIMATUM
«Se questi sono i frutti dell'atteggiamento responsabile e disponibile che abbiamo tenuto finora
- minacciano
- allora per noi è arrivato il momento di passare a forme di lotta più eclatanti». Ciò che gli operai chiedono è anzitutto «chiarezza da parte del Governo sulla reale intenzione di mantenere in Italia la produzione di lana di roccia».
Una garanzia che era stata data dal Ministero, ma che si ritiene debba essere seguita da misure concrete e specifiche:
«Ci dicano - afferma Nino D'Orso, segretario territoriale dei chimici Cisl - se intendono difendere la produzione di un bene sempre più richiesto dal mercato nazionale, e in caso di risposta affermativa, la Rockwool esca definitivamente di scena e si discuta su come attrarre nuovi investitori».
Più che un'esortazione, un ultimatum:
l'assemblea dei lavoratori ha deciso che «in assenza di risposte entro 15 giorni, cominceranno le azioni di lotta».
Per dodici mesi gli operai hanno presidiato la fabbrica
«con l'obiettivo di mantenerla in condizioni di riprendere la produzione in ogni momento», specifica Gianluca Zurru, della Cgil.
«La Rockwool di Iglesias - aggiunge - ha sempre venduto fino all'ultimo pannello e i bilanci, contrariamente a quanto sostiene la multinazionale, sono sempre stati in attivo.
Non possiamo tollerare che i soldi siano stati impiegati per delocalizzare la produzione, piuttosto che per valorizzare una realtà in ottima salute».
Paolo Mocci