L'urlo disperato del Sulcis in ginocchio
La crisi ci sta togliendo la speranza, ci hanno lasciati soli
Migliaia di persone hanno preso parte al corteo del movimento “Sulcis artigiani e commercianti liberi”.
di Stefania Piredda
«Non avevo mai visto mio marito piangere. Due mesi fa, quando l'impresario edile per il quale lavora gli ha detto che i conti non tornavano, che le tasse erano troppe per mantenere in piedi l'impresa, è crollato. Ha pianto come un bambino davanti a me e a mio figlio: è stata una scena terribile. Ci stanno togliendo la voglia di vivere, ci stanno togliendo la dignità».
IL CORTEO
Serena Lorrai ha 43 anni e ieri mattina era in piazza a Carbonia a manifestare insieme a migliaia di persone la disperazione di un territorio in crisi che non riesce a rialzarsi. Suo marito ieri è uscito di casa presto. Alle 7 era a San Giovanni Suergiu da dove, insieme ai suoi colleghi, ha voluto prendere parte al lunghissimo corteo di persone seguite da camion, trattori, furgoni e altri mezzi da lavoro partiti alla volta di Carbonia per il grande sciopero generale proclamato dal gruppo “Sulcis artigiani e commercianti liberi”.
Un serpentone di disperazione lungo quanto la strada che collega San Giovanni a Carbonia dove, in via Costituente, si è formato un altro gigantesco gruppo di persone pronto a marciare tra le vie della città. In piazza, alla fine, c'erano almeno cinquemila persone, ma a questo numero vanno aggiunti tutti coloro che hanno incrociato le braccia in ogni angolo del Sulcis, i commessi dei centri commerciali che hanno potuto aderire giusto il tanto delle (poche) ore concesse alla protesta e le tante persone rimaste bloccate tra le strade che portano a Carbonia a causa della massiccia adesione alla manifestazione.
Nessuno è voluto mancare. C'erano gli studenti delle scuole del Sulcis, c'erano gli operai di Portovesme accanto ai titolari e ai dipendenti delle imprese artigiane dei più diversi settori; c'erano i commercianti che hanno tenuto le saracinesche abbassate, c'erano gli ambulanti e migliaia di disoccupati che, negli ultimi anni, hanno visto saracinesche abbassarsi e non riaprirsi più.
LE STORIE
«Nessuno è voluto mancare perché sappiamo che nessuno sarà per sempre immune alla crisi - spiega Maurizio Salidu di San Giovanni Suergiu - ho 30 anni, sono un artigiano che ogni giorno fa i conti con il lavoro che scarseggia, con le tasse che ti tolgono il respiro. Ho un figlio al quale ero certo di poter dare un futuro e invece oggi non so quanto la mia impresa potrà andare avanti». Ognuno è arrivato in piazza Roma con la sua personale storia di disperazione, ognuno con un problema che toglie il sonno da denunciare. Nessuna bandiera politica o sindacale, solo striscioni e slogan, solo cori e incitamento per chi, con le lacrime agli occhi, ha voluto prendere il microfono e rendere pubblico il suo dramma.
« Le piccole imprese stanno morendo, basta parole, ci state uccidendo. Abbiamo un futuro davanti a noi, ricevi il messaggio e fai quel che che puoi ». Non sono i versi di un poeta famoso ma di Ivan Farci, un artigiano che, emozionato, è salito sul camion, palco improvvisato, e ha gridato la sua rabbia: «Senza un piano di sviluppo non si va da nessuna parte - ha detto - per noi fino a oggi ci sono state soltanto tasse, studi di settore scritti in un'Italia che è lontana anni luce dal Sulcis, cartelle esattoriali con interessi alle stelle, banche con direttori che non ci ricevono più». Banche dove un tempo si andava fiduciosi a chiedere finanziamenti per avviare attività alternative al posto fisso, «ci accoglievano con il tappeto rosso ma poi, alla nostra minima difficoltà ci hanno voltato le spalle - ha detto Andrea Impera, commerciante - siamo preda di usurai legalizzati e la politica sta a guardare. In questi giornate in cui preparavamo la manifestazione ci ha contattato privatamente gente disperata, capifamiglia che ci hanno confessato di aver voglia di farla finita. Ci stanno lasciando soli»
L'INCERTEZZA
Soli a combattere contro leggi che cambiano ogni giorno, con incentivi che appaiono e poi spariscono, come nel settore fotovoltaico: «Tante imprese come la mia hanno investimenti in corso che rischiano di stare al palo - ha detto Emiliano Deidda - con questa incertezza i finanziamenti sono bloccati e tante persone finiscono per rinunciare all'impianto con buona pace di chi ha investito in personale, attrezzature e formazione». Già, perché nessuno può permettersi di rischiare: «Dovevo realizzare un impianto da cento chilowatt a Carloforte - racconta Salvatore Iacono - ho speso capitali per bonificare l'area interessata al lavoro, ho lasciato perdere altre possibili iniziative e ora non so come andrà a finire». L'incertezza è ovunque e non c'è più fiducia nella politica colpevole di aver permesso alla situazione di precipitare.
IL DOCUMENTO
Intanto ieri il presidente della Provincia Tore Cherchi ha sollecitato, con un documento, il presidente della Regione Ugo Cappellacci per un intervento congiunto diretto alla soluzione della crisi del Sulcis.