I dipendenti della Sicmi bloccano i cancelli
Gli assegni di cassa integrazione in ritardo da due mesi, il conguaglio dell'Irpef un miraggio nella busta paga di gennaio e la paura per gli ammortizzatori sociali in scadenza ad aprile.
Sono diversi i motivi che ieri mattina hanno scatenato la protesta dei lavoratori della Sicmi, un'azienda del polo industriale di Portovesme specializzata in lavori meccanici e montaggi industriali: gli operai si sono incontrati davanti ai cancelli e hanno sostato davanti all'ingresso per tutta la giornata.
Già una settimana fa avevano protestato davanti alla sede Inps di Iglesias, chiedendo spiegazioni sui ritardi degli assegni di gennaio e febbraio, che ancora i lavoratori non hanno ricevuto.
Ma ieri la protesta era rivolta a un altro destinatario: l'azienda.
«A gennaio avremmo dovuto ricevere il conguaglio Irpef»,
dice Gianluca Balbi, uno dei 59 dipendenti della Sicmi e delegato della Fiom Cgil:
«Sono alcune centinaia di euro, che nelle nostre condizioni non sono di certo briciole.
L'azienda ci ha detto che in queste condizioni di crisi economica ci sono fortissime difficoltà.
E non è solo il problema del conguaglio Irpef: da due mesi, per ritardi che ancora non siamo riusciti bene a capire, non riceviamo gli assegni di cassa integrazione».
Ieri di buon mattina si sono piazzati davanti ai cancelli con uno striscione, “Lavoratori Sicmi”, e le bandiere sindacali:
hanno impedito l'ingresso del direttore e di alcuni impiegati di una ditta che ha gli uffici all'interno della struttura Sicmi.
Chiedono il conguaglio dell'Irpef, ma dietro le iniziative di questi giorni c'è soprattutto una richiesta di chiarezza sul loro destino lavorativo.
Ad aprile scade la loro cassa integrazione, come quella di altri mille lavoratori del Sulcis:
avranno davanti un altro anno di ammortizzatori sociali, con la speranza che prima o poi spunti una commessa di qualche grande azienda in grado di far ripartire i lavori.
«Ma al momento è dura, molto dura», dicono. Sanno che la crisi lascia poco spazio alla speranza, almeno fino a quando non ci sarà un'inversione di tendenza concreta.
Che per ora, a Portovesme, ancora non si è vista.
La Sicmi era fino a qualche anno fa una delle realtà più solide nel mondo delle manutenzioni che ruotano attorno alle grandi industrie, fino a quando la crisi è diventata sempre più acuta.
Le grandi aziende tagliano i costi, cioè prima di tutto investimenti e manutenzioni.
Sforbiciate che diventano sempre più importanti, fino a quando la grossa fabbrica decide che di quel lavoro particolare, in tempi di crisi, si può fare anche a meno.
E le piccole aziende entrano in sofferenza:
prima le ferie forzate, poi la cassa integrazione per qualche lavoratore, infine ammortizzatori sociali per tutti.
Alla Sicmi è successo proprio così: la cassa integrazione è stata attivata da gennaio 2009 ma all'inizio riguardava pochi operai; da agosto sono tutti fermi. Una storia vista tante altre volte, comune a quasi tutte le piccole aziende che gravitano attorno al polo industriale di Portovesme:
quando le multinazionali imboccano il tunnel della riduzione dei costi le prime a farne le spese sono le piccole imprese e, di conseguenza, i loro dipendenti.
Non è un caso che nel Sulcis i cassintegrati delle piccolissime aziende
(«in deroga», li chiama la burocrazia) siano un migliaio. Provano a sopravvivere con un assegno Inps da 700 euro al mese, si destreggiano tra i ritardi e sognano di rientrare al più presto nel mondo del lavoro.
Ecco perchè le grandi fabbriche continuano a essere il perno dell'economia del Sulcis:
non solo e non tanto per le buste paga garantite direttamente ma anche per tutto l'indotto che, in condizioni normali, dovrebbero alimentare.
ANTONELLA PANI