Da Ingurtosu, Ierzu e Orani al ventre dell'Europa
Da Ingurtosu, Ierzu e Orani al ventre dell'Europa
CATERINA PINNA
OBERHAUSEN Da bambino entrava di corsa nelle gallerie della miniera di ferro di Ierzu. «Ci andavo con mia sorella a giocare», dice aprendo le braccia a mo' di aereo. «Non venire a lavorare qui, mi diceva mio padre. Era minatore». Ma Franceschino Carta, 83 anni, nel ventre della terra ci è andato, eccome. E non più di corsa sfidando il buio. Anni dopo, quando si è ritrovato senza un lavoro per mantenere moglie, figlia e un bimbo in arrivo, l'unica alternativa alla miseria la Germania e le sue miniere.
NEPPURE UN MARCO «Sono arrivato qui che non avevo nulla, neppure una valigia. Ora che le miniere sono chiuse non avrei mai pensato che la nostra storia di emigrati potesse essere raccontata a tutti». Fa un sospiro: «La Germania l'abbiamo fatta grande anche noi». Tziu Carta, come lo chiamano gli amici del circolo Rinascita di Oberhausen, si commuove al ricordo di quei giorni durissimi, quando si rese conto di non avere neppure un marco in tasca per scrivere alla moglie. «Tutti spedivano lettere alle famiglie. Qualcuno mi chiese: e tu non lo fai? Non potevo. Un collega siciliano mi prestò un marco».
Era il 1956 e Oberhausen, città mineraria del bacino della Ruhr cercava all'estero la manodopera per far ripartire un paese prostrato dalla guerra. Oggi è una delle 53 cittadine protagoniste della straordinaria rinascita dell'ex area industriale. I pozzi della società Concordia, la prima aperta in città nel 1854, sono chiusi. Ma è la loro storia industriale e sociale, fatta da minatori come Franceschino Carta o Luigi Deiana, 72 anni, di Orani, a essere protagonista per un anno. Qui il passato è diventato domani.
PRIMI EMIGRATI Come tziu Carta anche tziu Deiana arriva in Germania nel 1956. «Ero minatore a Ingurtosu - ricorda - e c'era già aria di chiusura. Così ho fatto domanda per venire a lavorare qua». Una strada segnata ufficialmente nel dicembre del 1956 da un accordo tra i due Paesi. «È vero siamo andati via dalla Sardegna in un momento di crisi, ma la Germania ha avuto bisogno di noi per risollevarsi». L'anziano minatore parla con la consapevolezza di chi ha apprezzato il «sollievo di andare a dormire tranquilli perché il giorno dopo il lavoro ci sarebbe stato ancora e perché la paga era puntuale». «I tedeschi non ci hanno regalato nulla, noi abbiamo portato manodopera specializzata».
RUHR Nel dopoguerra industriale sono soprattutto le cittadine della Ruhr ad accogliere gli immigrati italiani. E a Oberhausen dove c'erano 160 pozzi attivi, il primo gruppo di lavoratori stranieri è sardo. Tra loro anche Carta e Deiana. «Noi eravamo 45», ricorda Franceschino. «Noi 36», replica Luigi. Storie di vita parallele che si congiungono in Germania, dove gli emigrati arrivano al termine di viaggi estenuanti con «in tasca un contratto per un anno e tanta speranza».
FIASCO DI VINO «Al nostro arrivo, di notte - ricorda Franceschino - trovammo sul tavolo un fiasco di Chianti, una stecca di sigarette a testa e una barra di cioccolato». Era il benvenuto. «La società mineraria ci dava gli alloggi: quattro in una stanza». «Dopo il primo giorno di lavoro venne il direttore a chiederci se qualcuno di noi voleva mandare 100 marchi a casa. Io alzai subito la mano». Erano soldi benedetti per quegli affetti rimasti in Sardegna. «Dopo alcuni mesi di lavoro esterno sono sceso anch'io giù. Era il 27 settembre del '56 e nasceva il mio primo figlio maschio».
17 MARCHI «La nostra paga - aggiunge Luigi - era di 17,29 marchi lordi al giorno. Sapevamo che non saremmo diventati ricchi, ma era la nostra sicurezza». Che non bastava mai. Il bisogno di guadagnare qualche marco in più da spedire a casa spinge Luigi Deiana a cercare lavoro in Belgio. «Dicevano che la paga era di 25 marchi, una bugia. Così sono arrivato a Oberhausen». Pozzo 4 e 5 della Concordia e un chiodo fisso in testa: riunire la famiglia. Per farlo, ai minatori poteva persino accadere di dover partecipare a una lotteria. «Non volevo più vivere lontano da mia moglie», ricorda Franceschino. «Ma solo 12 di noi potevano far venire i familiari, così estraemmo a sorte». Il suo nome era il terzo. «La società mi diede 300 marchi e partii per Carbonia».
SCUOLA Al ritorno a Oberhausen, la Concordia consegnò alla famiglia Carta, due figli, «quattro lettini, quattro stipetti di acciaio, quattro forchette, quattro bicchieri. Quattro di tutto e andammo a stare in una scuola». Furono anni di sacrifici terribili. «Febbraio ha 28 giorni, io portavo a casa una paga da 32». Le otto ore del turno diventavano dieci, dodici.
Luigi Deiana invece ha sempre lavorato a cottimo, a metri cubi di miniera scavata. «Ma qui il cottimo partiva da zero. Eppure lavorare in un pozzo tedesco era come passare dal giorno alla notte rispetto alla miniera sarda. Mi ricordo che a Ingurtosu dovevo portare nel mio tascapane molti arnesi da lavoro, perfino il carica mine. Qui avevo guanti e ginocchiere e ciascuno aveva un compito preciso. Il lavoro era ben organizzato. Il caposervizio ci invitava perfino a riposare. Eravamo apprezzati. Ci guardavano con rispetto».
CRISI Alla fine degli anni Sessanta le miniere tedesche sono in crisi. «Si capiva bene - incalza Luigi Deiana - l'automazione era in costante crescita». E il 1968 quando i pozzi della Concordia chiudono. Franceschino Carta va a fare l'operaio alla Siemens mentre Luigi Deiana lavora prima in una bottiglieria, poi in una fonderia della Thyssen. Ora che sono in pensione sono rimasti qui. Con figli, nipoti, pronipoti e l'Isola nel cuore. «Si dice nella vita: se tornassi indietro non lo rifarei più. Io rifarei tutto», assicura Luigi Deiana. «Anche se l'Italia ha guadagnato dalle rimesse in marchi che noi minatori spedivamo alle famiglie e ha goduto di forniture gratuite di carbone».
PASSATO-PRESENTE Dall'orizzonte dei tetti di Oberhausen svettano i castelli dei pozzi chiusi. La città ha cambiato faccia, ma il suo passato minerario è raccontato ovunque. Da quartieri dove vivevano i minatori, ai vecchi insediamenti trasformati. Dove c'erano le ciminiere della GHH e della Thyssen c'è un parco divertimenti, con una promenade e una spiaggia lungo il fiume. «È bello», dice Franceschino. Ma si capisce bene che ha nel cuore solo la piccola casa a Porto Botte da dove si può «sentire il rumore del mare».