Chimica davanti al plotone di esecuzione
Sei colpi di fucile e venti corpi restano a terra. Immobili sul granito caldo di piazza d'Italia. Il plotone non si ferma, non ancora. Su quelle magliette a strisce colorate, sui jeans, sulle tute da lavoro, continuano a infierire le mitragliette dei dieci tiratori scelti. Sono le otto di sera e il cuore di Sassari si paralizza davanti alla Fucilazione di massa, l'ultima performance artistica di Salvatore Scalora. Muoiono, colpiti al petto, gli operai della Vinyls, da troppo tempo arroccati sull'isola dell'Asinara, diventata per loro l'Isola dei Cassintegrati. Muoiono con loro tutti i precari, i disoccupati, i licenziati e quelli che un lavoro hanno persino smesso di sognarlo.
LA CHIMICA MUORE
Sotto la statua di Vittorio Emanuele, prima dell'ora di cena, muoiono in tanti, colpiti e affondati, come in una battaglia navale. Muoiono per gioco, per lottare per un posto di lavoro che un gioco non è. Qualcuno tiene gli occhi sbarrati, fissi sulla gente che li osserva da vicino. Tra quei corpi ammassati, un secondo dopo, stride un sassofono. È la nenia improvvisata dal musicista Valter Mascia, il grido di dolore degli operai del petrolchimico. È l'ultimo respiro, arrivato a un'ora dall'appuntamento in piazza d'Italia.
APPUNTAMENTO
Alle sette di sera, sui gradini che portano al palazzo della Provincia, ci sono i primi condannati a morte. La pelle brunita dal sole dell'Isola che li ospita da più di 140 giorni. Un po' alla spicciolata arrivano in tanti. Arriva Salvatore Scalora, barba incolta e un rotolone di carta ingiallita tra le mani dove metterà nero su bianco i nomi di chi si lascerà ammazzare. «Questa non è una protesta, questa è una performance artistica. Questo è un modo per ricreare un contatto tra i cittadini e le istituzioni. Qua non ci sono solo gli operai della Vinyls, qua ci sono persone comuni. Gente che non ha un lavoro e gente che lo perderà».
Il boia di piazza d'Italia si guarda intorno e cerca lo sguardo di Gigi Musia, l'altro artista che insieme a lui ha pensato di mettere in piedi l'iniziativa. Gigi Musia smania dalla voglia di vedere come andrà a finire, sembra un ragazzino mentre sta in piedi, aspetta e fuma una sigaretta dopo l'altra. Ci tiene a spiegare che non c'è fretta di andare in scena. «Il punto è proprio questo. Vogliamo far vedere a tutti come ci organizziamo, come spiegheremo ai ragazzi quello che devono fare. La fucilazione ha un significato particolare. Prima che questi operai muoiano di stenti, li uccidiamo noi. Almeno così soffriranno di meno». Niente mezzi termini, nessuno cerca di ridimensionare la crisi del petrolchimico.
SPERANZE AL LUMICINO
Ma guai a dire che non ci sono più speranze. «Noi ci speriamo ancora. Ci speriamo sempre. Il nostro motto è "Chi lotta può perdere. Chi non lotta ha già perso"». Lo dice con l'orgoglio di chi è stato nominato, Presidente del consiglio dell'Asinara, Pietro Marongiu. Ma lui si presenta come operaio in attesa di sapere cosa succederà. «Noi sull'Isola aspettiamo. Aspettiamo che le persone vengano a parlarci, e finora sono venuti davvero in tanti». In quel, momento sulla piazza si fanno largo i dieci cecchini: abito nero, occhiali scuri e mitraglia stretta tra le mani. Aspettano che le loro vittime vengano istruite. Poi, si schierano davanti alle file di cassintegrati, il fucile sulla spalla destra, il dito sul grilletto. La piazza si ferma. Tutto resta sospeso. Salvatore Scalora ordina loro di indietreggiare. Un passo dopo l'altro con le canne puntate sul volto degli operai. Alle otto arriva un grido feroce. È il segnale. In piazza si fa fuoco. Gli operai cadono. Il sassofono suona e la gente resta a guardare.
MARIELLA CAREDDU