Alluminio e carbone contro la crisi

Pubblicato il da sandro

Cgil, Cisl e Uil lanciano la vertenza-Sulcis per lo sviluppo

Salvare alluminio e carbone:
è la parola d'ordine per uscire dalla crisi scaturita dall'assemblea provinciale organizzata da Cgil, Cisl e Uil.



S e il polo industriale dovesse naufragare, andrebbero definitivamente a picco quasi cinquemila buste paga.
Che si aggiungerebbero ai quasi trentamila disoccupati cronici del territorio o ai cinquemila precari.
La parola d'ordine allora diventa: arginare il disastro e conservare quanto meno l'esistente (alluminio e carbone intesi come risorsa strategica).
È con questo quadro a tinte fosche e con un bagaglio di buoni propositi che anche il Sulcis Iglesiente si presenterà il 30 novembre a Cagliari all'assemblea generale del popolo sardo rilanciata ieri a Carbonia nel corso della conferenza provinciale di Cgil, Cisl e Uil sui problemi del territorio.
Conferenza in cui la partecipazione (soprattutto dei politici) non è stata straordinaria («Troppa rilassatezza», per usare le parole del segretario della Uil Mario Crò), ma occasione utile, l'ennesima, per delineare il dramma e i numeri che lo determinano.


FABBRICHE CHIUSE
In questo momento, ci sono due fabbriche praticamente chiuse (l'Eurallumina con 750 fra operai diretti e indiretti e nessun segnale di riavvio, la Ila con 250 dipendenti e la Rockwool con i suoi 90 lavoratori in cassa integrazione), una che lavora a smozzichi (la Portovesme srl con 700 operai fermi a fronte di 600 che invece operano nell'unico reparto elettrolitico in funzione).
Le nubi che si stanno addensando sull'Alcoa fanno tremare i suoi 1.200 operai (compreso l'indotto) che ancora lavorano.
Poi, nel conto complessivo, vanno considerate le imprese esterne, con i loro duemila operai, che non eseguono gli interventi negli stabilimenti ma in sedi autonome.
Se chiudono le fabbriche, chiude tutto. E si arriva a quasi cinquemila persone/famiglie sull'orlo del baratro.


PROSPETTIVE INCERTE

In questo quadro già desolante che vede il numero dei cassintegrati (circa 1.900) pari o appena superiore a quello degli operai al lavoro, occorre aggiungere l'inchiesta della magistratura sul bacino dei fanghi rossi e la causa civile sulla cessione della ex Ila.
Come ripartire?
 Anzi, prima di tutto, come salvarsi?
 I confederali del Sulcis hanno posto le basi delle rivendicazioni da trasferire all'assemblea di Cagliari.
«Fare fronte comune con azioni incisive - Fabio Enne, Femca Cisl - per uscire dalle sabbie mobili in cui stiamo scivolando, il giudizio sulla nostra classe politica è legato a come si chiude la partita dell'energia da cui ne possiamo uscire rendendoci il più possibile autosufficienti dal petrolio». Francesco Carta, Filcem Cgil, ha rilanciato l'idea della «privatizzazione di settori giudicati dallo Stato strategici come l'alluminio e il carbone».
Dal confronto non potevano esimersi gli operai, i primi a pagare in prima persona il tracollo del comparto industriale:
Remo Fantin, ex Ila, ha ricordato come in Sardegna avvenga
«la trasformazione primaria di petrolio, alluminio, piombo e zinco senza che qui ne ricadano i benefici».


L'APPELLO
Giuseppe Ghiani, Carbosulcis, ha richiamato la necessità di «riforme serie».
 Tore Cherchi, sindaco di Carbonia, ha fatto appello ai suoi colleghi «per un reale coordinamento che superi gli steccati politici».
C'è chi si è trovato nella duplice veste di operaio Alcoa e consigliere provinciale:
 è quella di Alberto Pili, convinto che «debba essere recuperata l'Intesa istituzionale dei 72 punti che rischia di trasformarsi in carta straccia, alla pari del piano di privatizzazione della Carbosulcis».
Appuntamento al 30 novembre, nell'aria c'è un nuovo sciopero generale per metà dicembre o i primi di gennaio.


ANDREA SCANO

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