Simone, chieste 5 condanne
Simone Medas quattro anni fa morì stritolato tra gli ingranaggi della fabbrica. Aveva 29 anni. Oggi il pm ha chiesto la condanna dei vertici della società.
Per l'accusa la morte di Simone Medas non fu una disgrazia. La colpa di quella tragedia avvenuta il 31 luglio di quattro anni fa nello stabilimento dell'Eurallumina, quando l'operaio di Iglesias rimase orribilmente schiacciato tra i tubi e una gigantesca pressa nello stabilimento di Portovesme, è addebitabile ai vertici dell'azienda.
di Massimo Ledda
«TUTTI COLPEVOLI» Per questo ieri mattina il pm Emanuele Secci, a conclusione della sua requisitoria davanti al giudice monocratico di Cagliari, ha chiesto la condanna di tutti e cinque gli imputati: l'amministratore delegato dell'Eurallumina Vincenzo Rosino, il direttore Nicola Candeloro, il capo servizio dell'unità operativa ciclo Bayer Giorgio Pompei, il responsabile del servizio prevenzione Paolino Serra e il capo sezione unità operativa Bayer Diego De Vecchi.
LE RICHIESTE DEL PM Per i primi tre il magistrato inquirente ha sollecitato una pena di 3 anni e 4 mesi più tre mesi di arresto, mentre per Serra e De Vecchi sono stati chiesti rispettivamente due anni di reclusione (più tre mesi di arresto) e un anno e otto mesi. Le accuse vanno dall'omicidio colposo alla violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul luogo di lavoro.
LA DIFESA Subito dopo le richieste di condanna sono iniziate le arringhe della difesa: ieri ha parlato l'avvocato Guido Manca Bitti, mentre il 29 settembre toccherà agli avvocati Patrizio Rovelli e Luigi Concas. Poi il giudice si ritirerà in camera di consiglio per il verdetto.
LA TRAGEDIA Simone Medas aveva 29 anni quando, la mattina del 31 luglio del 2007, restò schiacciato tra il mantello (la copertura dei giganteschi macchinari che estraggono l'allumina) e alcuni tubi. «Medas era impegnato nella pulizia dei filtri - aveva spiegato in aula l'ingegnere Paola Onnis, consulente del pm - ma non seguì la procedura corretta: infatti passò all'interno della passerella non aspettando che il mantello fosse del tutto aperto. Inoltre ha forse azionato la valvola dell'acqua con un piede, non accorgendosi dell'arrivo del macchinario».
NESSUN AVVISO Ma la colpa non fu solo sua: «È però certo - aggiunse l'esperta - che quell'area doveva essere interdetta, invece non c'erano cartelli che indicassero il pericolo e gli addetti non erano stati informati adeguatamente del rischio, tanto che molti erano convinti che quella fosse la procedura corretta e normale». Una ricostruzione attorno alla quale si è incentrata ieri mattina la requisitoria del pm Emanuele Secci conclusasi con le richieste di condanna.