Rabbia a Portovesme, operai in catene
Camion diretti all'Enel bloccati da una muraglia umana, rivolta davanti ai cancelli.
Cherchi: se la fabbrica chiude è la sconfitta della politica
Quasi tutti i lavoratori Lavoratori in massa davanti alla fabbrica di alluminio, i camion diretti all'Enel bloccati da una muraglia umana, quattro operai incatenati ai cancelli dell'Enel: sono da poco passate le 19 quando la notizia che si sussurrava da giorni diventa ufficiale. «L'Alcoa fermerà gli impianti», dicono le telefonate in arrivo da Roma, e a Portovesme inizia la rivolta.
presenti negli impianti hanno abbandonato i reparti, sono rimasti solo gli operatori "indispensabili" per far continuare la produzione. Ma tutti gli altri sono giù, davanti ai cancelli, con caschetto e tuta da lavoro. In un baleno la notizia si è diffusa e sono arrivati anche i dipendenti che non sono in turno. «È la fine, non è possibile», si dicono l'un l'altro. Nel giro di pochi minuti molti lavoratori si sono spostati dall'altra parte della strada, verso la vicinissima centrale dell'Enel e hanno bloccato i camion carichi di biomasse necessari per alimentare l'impianto termoelettrico. Da quella strada non si può passare. Subito dopo tre lavoratori si sono incatenati ai cancelli dell'Enel: sono tre padri di famiglia, con mutuo da pagare.
INCATENATI AI CANCELLI
«Siamo convinti che l'unica strada per evitare quel che sta accadendo poteva essere l'accordo bilaterale con l'Enel», dice Bruno Usai, delegato della Fiom nella Rsu, «un accordo tra privati, a prova di Unione Europea.
Invece non si sa per quale motivo noi, che abbiamo il produttore di energia a due passi, stiamo chiudendo per una questione di energia». Ogni tanto esplode un petardo, davanti ai cancelli i lavoratori hanno acceso un falò, nel frattempo arrivano le notizie da Roma: l'occupazione del ministero, la convocazione dell'incontro alla presidenza del Consiglio.
«È un disastro», dice Serafino Biffa, delegato Cub degli appalti, «non sappiamo ancora nulla di come vogliono fermare la fabbrica, abbiamo allumina per una decina di giorni».
LE INIZIATIVE
Davanti ai cancelli si discute sulle iniziative da prendere, cosa fare ancora per cambiare la decisione della multinazionale. Angelo Diciotti, segretario della Cub, spiega agli operai:
«Quelle celle elettrolitiche in marcia sono la nostra garanzia».
Si respira amarezza, ma c'è anche tanta tensione perché un conto è il rischio di fermata, altra cosa è avere l'ufficialità che la fabbrica è destinata a fermarsi. «Ci sono due possibilità»,
dice Roberto Puddu, responsabile Industria della Cgil del Sulcis: «un contratto bilaterale tra Enel e Alcoa per il tempo necessario alla Commissione oppure l'assunzione diretta della fabbrica, che sappiamo difficile, tramite legge».
Tore Cherchi, sindaco di Carbonia, chiama in causa il Governo: «Se la fabbrica chiude è la sconfitta della politica», dice Cherchi, «il Governo non può limitarsi a dire di aver fatto tutto il possibile perché il risultato è assolutamente negativo».
I SINDACATI
Per Fabio Enne, segretario della Cisl del Sulcis, «dobbiamo innanzitutto impedire la fermata degli impianti, l'atteggiamento di Alcoa rasenta l'incredibile e se continua su questa strada il Governo deve intervenire drasticamente facendole pagare dazio e cercando un altro produttore di alluminio».
Per Stefano Lai, delegato Cub della Rsu,
« il Governo deve adottare misure drastiche verso questa multinazionale che sta prendendo in giro le istituzioni e i lavoratori dopo aver sfruttato il territorio». Massimiliano Basciu, delegato Cisl, sottolinea che i tempi sono strettissimi: «Le scorte di materia prima non sono infinite e ai primi di febbraio si conclude la procedura per la cassa integrazione».
A Portovesme si annuncia una lunga notte.
ANTONELLA PANI