Nuovo round per Alcoa.Lavoratori a Roma

Pubblicato il da sandro

Incontro a Palazzo Chigi per decidere il destino degli stabilimenti italiani della multinazionale. Circa 700 operai nella capitale dalla Sardegna e dal Veneto. Oltre duemila posti a rischio. “Non ce ne andremo senza notizie certe”

Icirca 500 operai dell’Alcoa di Portovesme sono diretti a Roma su un traghetto partito intorno alle 18 del 1 febbraio dal porto di Cagliari. Sbarco a Civitavecchia alle ore 9 del 2 febbraio, poi viaggio in pullman fino alla capitale per un presidio in occasione del tavolo convocato a Palazzo Chigi con il governo, l’azienda e i sindacati.
Altri 200 lavoratori dell'Alcoa di Fusina (Ve) raggiungono Roma dal Veneto.
L’obiettivo è costringere la multinazionale dell’alluminio a non smantellare gli stabilimenti in Italia e a mantenere l’impegno produttivo e, comunque, a garantire in ogni modo la continuità produttiva dei siti di Portovesme e di Fusina.
Lo scorso autunno il colosso americano dell’alluminio aveva annunciato la chiusura dei siti italiani in risposta alla richiesta di rimborso da parte della Ue, che chiedeva indietro gli aiuti di Stato ricevuti sulle tariffe elettriche.
Un decreto legge approvato dal governo il 22 gennaio scorso ha però ridotto le tariffe energetiche andando incontro proprio alle richieste dell’azienda.
 I sindacati hanno sottolineato in quell’occasione che Alcoa “non ha più alibi” e ci sono le “condizioni per la salvaguardia della produzione e dell’occupazione in Italia”.
I posti a rischio, tra diretti e indotto, sono oltre duemila.
Il sit-in, che si annuncia molto agguerrito, si terrà probabilmente in piazza Montecitorio, anche se i lavoratori avevano chiesto la disponibilità di piazza Colonna, davanti alla sede dell’esecutivo.
Ancora incerto l’orario del vertice: inizialmente era stato fissato per le 20.30, ma potrebbe anche essere anticipato alla mattinata del 2 febbraio. Insieme agli operai ci sono anche molti familiari, oltre ai lavoratori della filiera, Eurallumina e Otefal, in cassa integrazione già da un anno.
 Per il 2 febbraio sono in programma anche manifestazioni in tutto il Sulcis, con gli studenti e i commercianti che dimostreranno la loro solidarietà agli operai.
 I Consigli comunali di tutto il territorio saranno riuniti in sessioni straordinarie e fungeranno da punto di ritrovo per chi non ha potuto recarsi al presidio di Roma.
"Siamo attrezzati anche per dormire nella piazza, con sacchi a pelo e tutto il necessario: fino a quando non arriveranno notizie certe sul futuro della fabbrica non ce ne andremo”.
 A dirlo è Roberto Puddu, della segreteria della Camera del lavoro del Sulcis”, raggiunto al telefono mentre il traghetto era in partenza verso la penisola. “Bisogna capire che la chiusura equivale a una vera e propria catastrofe sociale per il nostro territorio.
 Il governo deve trovare la soluzione. Se Alcoa dovesse chiudere, vorrebbe dire che non sono state create le condizioni per continuare la produzione”.
Oggi la produzione di alluminio nell’isola è ancora attiva, ma l’azienda ha annunciato lo stop degli impianti, che equivarrebbe alla fine del sito industriale:
“Se la fabbrica si ferma - spiega Puddu - ci vorranno troppi soldi per riattivarla, e se pure qualcuno ce li mettesse, tra un po’ di tempo sarebbe inutile, perché nel frattempo Alcoa avrebbe perso tutto il mercato e non ci rientrebbe più”.
 Il nodo da sciogliere resta quello del costo dell’energia.
 “In altri paesi l’alluminio gode di tariffe basse perché è materia prima.
 Il governo deve fare in modo che anche da noi ci si sia un prezzo competitivo come in Spagna, ad esempio.
E deve dare ad Alcoa la garanzia per anni, non mesi, di poter continuare a produrre con prezzi concorrenziali”.
Stamane si è tenuta un’affollata assemblea nella mensa dello stabilimento veneziano nella quale Giorgio Molin della Fiom Cgil ha sottolineato come Alcoa, già l'anno scorso, avesse iniziato un processo per disimpegnarsi in Italia.
"Prima la Cassa integrazione - ha detto - e poi, quando doveva ripartire la produzione di alluminio, il crollo da 80mila a 40mila laminati l'anno.
 Bisogna bloccare l'offensiva di Alcoa - ha aggiunto Molin - per questo bisogna essere, istituzioni comprese, sotto le finestre di Palazzo Chigi domani".

Alcoa:
 l'azienda scrive a Berlusconi, servono garanzie

Il presidente e amministratore delegato dell'Alcoa, Klaus Kleinfeld, ha scritto una lettera al premier Silvio Berlusconi, in risposta a quella che il presidente del Consiglio aveva scritto venerdì scorso ai vertici della multinazionale sollecitando la permanenza dell'azienda in Italia.
Nella lettera il manager afferma che la chiusura temporanea degli impianti italiani di Alcoa, annunciata per il 6 febbraio, potrà essere rinviata solo in presenza di una "approvazione scritta da parte della commissione europea" a garanzia che la soluzione proposta sull'abbattimento dei costi energetici "è sicura e legale'", oppure di una "assicurazione scritta" da parte dei vertici della commissione stessa "che si esprimano sulla proposta entro la fine di febbraio".
"Se non riceviamo questa assicurazione scritta entro questa settimana - spiega il numero uno della multinazionale statunitense alla vigilia del confronto a Palazzo Chigi -, implementeremo la cassa integrazione a partire dal 5 febbraio e inizieremo una chiusura ordinata degli impianti che ci permetta di riavviarli il più in fretta possibile una volta che la questione verrà risolta".
E l'ad di Alcoa non è fiducioso:
 "Le esperienze passate - osserva l'ad - ci lasciano poca speranza che la Commissione agirà velocemente".
In ogni caso, "Alcoa desidera rimanere in Italia", scrive Klaus Kleinfeld confidando nel buon esito dell'intervento di Berlusconi presso la Commissione europea.
Però, aggiunge l'ad, "non possiamo continuare a mantenere in vita le nostre attività italiane senza una soluzione competitiva di lungo termine che includa energia ad un prezzo non superiore ai 30 euro mw/h".

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