Dal Rockbus alla miniera, la lotta torna dura

Pubblicato il da sandro cherenti

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     di Marco Noce

Non è più aria da Rockbus. Fino a qualche mese fa, quel vecchio autobus ridipinto dai giovani artisti visivi del Sulcis Iglesiente era il simbolo della protesta degli operai della Rockwool, che avevano scelto strade nuove per tenere sveglia l'attenzione dei media.

L'esempio era venuto dai lavoratori di Porto Torres, con l'idea geniale di occupare l'Asinara e inscenare, da lì, un contro-reality: in tv va forte “L'isola dei famosi”? Beccatevi “L'isola dei cassintegrati”, con tanto di blog in cui raccontare, giorno per giorno, quelle giornate da auto-reclusi nel vecchio carcere di massima sicurezza, dismesso pure lui. Ne avevano parlato i giornali, erano arrivate telecamere, inviati, persino turisti.

A Iglesias, gli operai della Rockwool avevano prima occupato, simbolicamente, un ponte. Poi avevano allestito un presidio a Campo Pisano. Poi avevano tirato fuori il vecchio autobus, il Rockbus, appunto. Anche loro tenevano un blog. La risposta del territorio, e principalmente dei giovani, è stata straordinaria: sono arrivati gli artisti, il Rockbus è diventato un festival (rock, ovviamente).

Il tempo, però, ha continuato a scorrere, l'attenzione è calata, la novità è invecchiata e le scadenze si sono drammaticamente avvicinate.

Lunedì, dopo l'ultima delusione, l'occupazione di una galleria mineraria a Monteponi: roba più vicina alle lotte di cent'anni fa che al mese scorso. Niente internet, niente arte, niente musica: cancelli chiusi con le catene, passamontagna calati sul volto, nervi tesissimi. E il livello d'attenzione, da parte della Digos, ha fatto un balzo deciso verso l'alto.

La lotta, da creativa, si è fatta di colpo dura
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