Cagliari, l'urlo dei 50 mila
Sono scesi in piazza in cinquantamila per chiedere lavoro e sviluppo. Le ricette contro la crisi sono state al centro dello sciopero generale che si è tenuto ieri a Cagliari nel giorno in cui Alcoa ha chiesto il rinvio a giovedì del vertice, previsto per dopodomani. Alla manifestazione c'erano anche gli operai di Porto Torres e di Ottana e i rappresentanti di tutte le categorie produttive. Dai leader di Cgil, Cisl e Uil un appello a Giunta e Governo: "Basta promesse"
«Il lavoro non si tocca, la dignità non ha prezzo».
Sulle note di “Procurade 'e moderare” la Sardegna in piazza contro la crisi è scesa davvero. In massa, con la morte nel cuore: «1996-2009, niente investimenti per Alcoa. Buon lavoro», era il messaggio inciso sulla riproduzione di una bara color noce, eredità che l'azienda americana rischia di lasciare agli operai del Sulcis.
Delusi ma non rassegnati. Come quelli di Eurallumina e della Vinyls di Porto Torres, arrivati ieri a Cagliari con sei pullman quando i bar erano al secondo rifornimento di brioches e i negozi avevano le serrande ancora abbassate. Anche loro con una bara, bianca, «a testimoniare il destino ormai segnato della fabbrica», hanno spiegato Michele Cossu , Luca Ruggiu e Marco Masu , prima di far sapere:
«Da mercoledì siamo in cassa integrazione».
Molti i partecipanti: 35 mila per la Questura, 50-60 mila per i sindacati.
Tutta l'Isola era rappresentata nello sciopero generale indetto da Cgil, Cisl e Uil. Da piazza Giovanni XXIII (dove i manifestanti sono accorsi fin dall'alba e si sono mossi verso le 10) a largo Carlo Felice (dove il corteo si è sciolto dopo i comizi dei sindacalisti) una marea umana ha invaso il cuore del capoluogo regionale.
Due chilometri di striscioni, bandiere dei sindacati e slogan per chiedere al Governo
«più interesse verso l'Isola» e alla Regione di studiare le iniziative possibili per rianimare i settori produttivi
LE VOCI
Dal Cagliaritano al Medio Campidano, da Oristano all'Ogliastra e alla Gallura migliaia di voci compatte chiedevano lavoro per i giovani, trasporti più efficienti, il rilancio dell'industria e nuove chance per il comparto agricolo in crisi.
C'erano le addette delle ditte di appalto che curano le pulizie delle Poste di Oristano: come ha spiegato la sindacalista Laura Bozzo , «aspettano gli stipendi di giugno e di luglio». Una fila dietro, i 25 lavoratori della Sielte, azienda che opera negli appalti telefonici:
«Ci ha messo in mobilità», ha detto Marco Putzu , «e ora affida i lavori in subappalto».
Per restare nel campo delle vertenze meno note, in piazza c'era quella degli addetti della Federazione per la vita di Guspini, che opera nell'assistenza, rivolta anche a pazienti in coma:
«Da 6 mesi non abbiamo stipendi», ha fatto sapere Giovanni Masala . «Finora sono stati inutili gli appelli alla Asl, lunedì faremo un sit-in all'assessorato alla Sanità».
Tra i manifestanti si aggirava un pensionato con un libro: «L'ho scritto io vent'anni fa», ha detto, presentandosi agli avventori, Piero Congia , «e la situazione non è cambiata». Il titolo è attinente al contesto: “Disoccupazione, la vergogna delle democrazie”.
Dalla sanità ai trasporti. Sfilavano i dipendenti Meridiana, partiti dall'Isola Bianca alle 4,30 assieme al Comitato per la Sassari-Olbia:
«Siamo coinvolti in due cessioni del ramo d'azienda», è lo sfogo di Mirko Barchetta , «ma c'è poca chiarezza».
L'EPILOGODa piazza San Benedetto, a via Paoli, a via Sonnino fino a via Roma il corteo scorreva via veloce.
Largo Carlo Felice non bastava a contenere tutti. Mentre i dipendenti di Alcoa mettevano a fuoco un pupazzo avvolto dalla bandiera americana e i tumbarinos di Gavoi si esibiscono nel ballu tundu Gianni Scema , la moglie Flor e le loro due bambine di 6 e 2 anni
cercavano di raggiungere la stazione per rientrare a Mogorella: «Il lavoro non ci manca, ma siamo venuti a Cagliari per solidarietà con chi non ce l'ha».
E 212 mila disoccupati ieri si sono sentiti mai soli.