Al Sulcis Iglesiente il primato nell'Isola
Valentina Pintus, laureata in lingue, con master in traduzione alla Sapienza di Roma, da Gonnesa ha fatto valigie e se n'è andata in Australia. Gianmarco Zucca, operaio Alcoa, potrebbe lasciare moglie e neonata a Iglesias per volare negli emirati Arabi. Il concittadino Paolo Pellegrini, scampato al tunnel della depressione (un fenomeno in allarmante crescita), dal quale è uscito a fatica, sopravvive nella speranza che il colosso americano dell'alluminio resti a Portovesme: «Perché ho due figli da mantenere, non lavorano». Ma fra chi vola via, per cercare occupazione altrove, chi resta, perché a 50 anni è difficile riciclarsi altrove in un Paese che fa i conti con la globalizzazione e la crisi, e ha famiglia da mantenere, nel Sulcis domina il popolo di nullafacenti (figli e genitori compresi), dove si registra il più alto tasso di disoccupazione rispetto alla media isolana (15,8 contro 15,4 per cento nel quarto trimestre). Mentre sono migliaia quelli che hanno perso il lavoro nel 2009: quasi 4.500 fra chi aveva un contratto a tempo determinato (3.708) e chi a termine (733).
Nel quarto trimestre dell'anno scorso, l'esercito dei senza lavoro sfiorava i 30.000 nella provincia di Carbonia Iglesias, su una popolazione di 130.209 abitanti di cui 63.778 uomini, 66.431 donne, per una densità di popolazione superiore alla media sarda: 88,2 abitanti per km quadrato contro il 69,4. Poi non fa gran differenza se la somma è fra i 20.551 “disoccupati” (in cerca) e i 9.200 “inoccupati” (fra i 15 e 74 anni), che al momento del sondaggio (sempre Istat) dichiaravano di non aver mai trovato un'occupazione. Gli uni e gli altri, secondo l'ultima analisi del mercato del lavoro in Sardegna, stilato dalla Regione, entrano di diritto nella categoria dei senza busta paga dei 23 comuni sulcitani. Le donne superano gli uomini: 15.952 (9.485 disoccupate, 6.476 inoccupate) contro i 13.799 (11.066 disoccupati - 2.733 inoccupati). Facendo la somma, la percentuale nel Sulcis è del 22 per cento, contro il 20 della provincia di Cagliari. Contando solo i “disoccupati”, con il 15,8 per cento, si supera la media dell'Isola.
Fra le 51.000 famiglie del Sulcis è dunque difficile trovare uno dei componenti con un lavoro stabile. Il mercato stenta ad offrire occasioni ai giovani (che partono), ed è molto più difficile per gli adulti trovarne un altro, dopo aver perso il posto fisso di una vita.
«Saremo costretti ad emigrare», racconta amareggiato Gianmarco Zucca. La felicità per la sua bimba appena nata, rischia di essere spezzata da una serrata «che non ci aspettavamo». «Se non presenteranno un piano industriale adeguato, sarò costretto a lasciare mia moglie e la mia piccola, per andare a cercare lavoro altrove. Ho un mutuo sulle spalle: pago 610 euro di rata. Se ci mettono in cassa integrazione, lo stipendio passa da circa 1200 euro a 800. E così non si vive». Il dramma del Sulcis si consuma soprattutto sotto i silos verdi del colosso americano d'alluminio - con 27 miliardi di dollari di fatturato - che sta lasciando tutti col fiato sospeso. Paolo Pellegrini, per esempio, da 26 anni lavora per un'impresa d'appalto. Operaio iglesiente di 47 anni - con due figli a carico - appena uscito da un lungo periodo di depressione che gli ha cambiato la vita: «L'incertezza del lavoro ci sta devastando», dice. «Io non ho un mutuo da pagare, ma due figli disoccupati da mantenere. La più grande avrebbe dovuto iscriversi all'università. Ma se l'Alcoa chiude, non avrò soldi neppure per fare la spesa».
Otto ore di fuso orario dalla famiglia, Valentina Pintus, 28 anni, di Gonnesa, non ci ha pensato due volte. Si è laureata a Cagliari, specializzata a Roma. L'anno scorso è sbarcata in Australia: «Faccio parte del popolo dei backpacker (ragazzi con lo zaino in spalla). Sono a Melbourne ma presto mi trasferisco a Brisbane, dove cercherò un lavoro fisso».
ILENIA MURA