Portoscuso, periferia di Bhopal, gemellata con Marghera.

Pubblicato il da sandro

 

Sempre peggiore la situazione ambientale e sanitaria di Portoscuso. In un ambiente ormai fortemente degradato e contaminato, tanto da vantare record poco lusinghieri, anche nel campo del deficit cognitivo infantile.    Si va dai fumi di acciaieria, che vedono il centro suscitano diventarne la pattumiera d'Europa, ai bacini dei fanghi rossi ed al relativo inquinamento, dagli sversamenti in mare di inquinanti alle discariche illecite di rifiuti tossico-nocivi, alle recenti nubi di fluoro.  Il piano di disinquinamento per il risanamento del territorio del Sulcis - Iglesiente (D.P.C.M. 23 aprile 1993), sulla base della dichiarazione di zona ad alto rischio ambientale (D.P.C.M. 30 novembre 1990, legge regionale n. 7/2002), ed il successivo accordo di programma attuativo (D.P.G.R. 3 maggio 1994, n. 144) hanno in gran parte beneficiato economicamente le medesime industrie responsabili dello stato di inquinamento dell'area. L'obiettivo era quello del disinquinamento e del risanamento ambientale. Obiettivo, a quanto pare, miseramente fallito. Come abbiamo sempre sostenuto, non vi potrà essere autentico disinquinamento senza vera giustizia.  Oggi non c'è l'uno e non c'è l'altra.

Gruppo d'Intervento Giuridico e Amici della Terra

 


Portoscuso sotto scacco tra i veleni. Le emissioni di fluoro all'Alcoa e la minaccia di nuovi licenziamenti.  Pier Giorgio Pinna

 PORTOSCUSO. Di notte i fumi del fluoro assomigliano a una nebbia sottile. La mattina si mescolano alle nuvole più basse con effetti da incubo. E a scacciarli non basta il vento. Così, tutt'attorno, vicino alle case, c'è un odore acre. In gola, sul palato, sulla lingua si avverte solo una senso di fastidio, come succede in un ambiente saturo di sostanze chimiche. Ma i medici non nascondono i timori: «Attenti: l'esposizione all'acido fluoridrico può non produrre irritazioni alla pelle e non determinare subito sintomi come convulsioni o disturbi gastrici».  «A distanza di tempo causa però conseguenze devastanti - incalzano - L'assorbimento da parte dei tessuti genera micidiali patologie provocando danni ai polmoni, al fegato, ai reni, alle ossa». Ma davanti allo stabilimento dell'Alcoa, la multinazionale Usa che da un mese e mezzo non riesce più a mantenere a norma il ciclo per le trasformazioni di alluminio, l'atmosfera è quasi irreale. Lo è, almeno, per chi non è assuefatto al mix di fabbriche, discariche, appartamenti, bar, negozi, market concentrati in un' area di pochi chilometri quadrati. Dove seimila persone abitano tra gas, veleni, inquinamento. Sempre sotto la minaccia costante della chiusura di qualche impianto. Sempre sotto il pericolo di perdere altri posti di lavoro. Sempre sotto scacco. E sotto una cappa allucinante di sofferenze e morte: da queste parti non c'è famiglia che non abbia malati di tumore.
IL RUOLO DELL'ARPAS.  Eppure, di fronte alle emissioni di fluoro, dopo tante battaglie che non sono servite a salvare né l'occupazione né la salute, qui il clima è in larga misura di cupa accettazione. Sì, è vero: qualcosa si muove. Gli specialisti sono all'opera per valutare l'effettivo grado di tossicità del fluoro. Poco lontano i carabinieri hanno sequestrato due bacini di fanghi rossi ipotizzando una lunga serie di omissioni. La Regione dice di voler intervenire, ma non è evidente né come né quando. Comune e Provincia si mobilitano, con diverse sfumature d'incisività, per far luce sui misteri dell'Alcoa. E in fabbrica gli stessi rappresentanti dei lavoratori lanciano allarmi sui rischi sanitari. Ma nel complesso prevalgono indifferenza, apatia, rassegnazione. I veleni più insidiosi sono mannaie calate sull'incolumità generale a scadenze periodiche. Però sembrano alla fine fiaccare meno degli annunci di cassa integrazione o dei licenziamenti. Non si spiega diversamente lo scoramento che ha colpito molti in passato sempre in prima fila sul fronte ambientale. Come non si giustificano altrimenti divisioni, conflitti, accuse intestine. E solo l'abitudine consolidata a convivere con queste sensazioni chiarisce altri stati d'animo. Nessuno per esempio protesta per uno degli ineffabili suggerimenti contenuti nella pagina iniziale del sito internet dell'Alcoa Trasformazioni Srl di Portovesme: «Scoprite il nostro impatto sulla vita degli abitanti delle comunità dove operiamo». Indicazione certo riferita ad altro. Ma che adesso, fin dal titolo, dovrebbe suggerire reazioni diverse dalla curiosità di addentrarsi fra iniziative socio-culturali. E che dire dello stupore con cui i vertici locali Alcoa accolgono la richiesta di poter visitare lo stabilimento e ottenere chiarimenti ufficiali da parte aziendale sulle emissioni che si protraggono dal 9 agosto? «Ci dispiace, senza l'autorizzazione dei dirigenti non possiamo rilasciare dichiarazioni alla stampa né tantomeno far entrare nessuno che non abbia fissato un appuntamento da tempo», è la cortese ma ferma risposta dell'ingegner Sergio Vittori, responsabile di produzione. Serve a poco rilevare come ormai la versione fornita all'Agenzia regionale per la protezione ambientale dai rappresentanti legali del gruppo, e in particolare dal direttore della fabbrica Marco Guerrini, circoli pubblicamente (con l'ammissione di anomalie nelle lavorazioni). E come la ricostruzione sia stata inviata dall'Arpas a Regione, Provincia, Comune, carabinieri del Noe, Stazione forestale, Asl 7.
MALATTIE E INSIDIE.  Può apparire paradossale, ma le maggiori preoccupazioni arrivano così da altre parti dell'isola. Perché meravigliarsi, del resto? Non tutti se la sentono di aderire a linee di reticenza che sfiorano l'omertà. E il motivo si comprende facilmente. Le emissioni di fluoro sono state in qualche caso superiori di 5 volte alla norma e giudicate, in una delle ultime campionature Arpas, pari a più del doppio del tollerabile.   Segnalazioni alla magistratura sono arrivate dal Gruppo d'intervento giuridico, coordinato in Sardegna da Stefano Deliperi. Che non si stanca di denunciare il degrado dell'intero territorio: «Troppe carenze nelle manutenzioni, pochi controlli, scarsissimi filtri per monitorizzare e prevenire possibili disastri». Nello stesso contesto si colloca la grande preoccupazione di organizzazioni per la tutela della salute come la società internazionale Isde. Oltre che le forti attenzioni di altri esperti: professionisti, giuslavoristi, docenti che nell'isola si occupano di valutazioni ambientali.  Volontari che si battono senza risparmio. Non dimenticano i disastri a Portoscuso e pensano alla frazione di Paringianu: 800 abitanti sotto vento, esposti in continuazione ai miasmi portati dal maestrale. «Se si ricorda che il fluoro è stato usato come ingrediente nelle prime bombe atomiche, non c'è di sicuro da stare tranquilli», afferma il radiologo Domenico Scanu. Lo specialista si occupa di malattie oncologiche, sempre sulla costa occidentale ma molto più a nord, e fa parte della rete dei Medici per l'ambiente. «Sarebbe indispensabile già ora avviare una campagna di analisi comparate prendendo in considerazione sia i pazienti più esposti sia i dati riguardanti le emissioni - prosegue -. Solo così saranno un domani accertate o escluse eventuali responsabilità».
SCARSA UNITÀ.  Intanto a Portoscuso, non lontano dai fumi di torri e ciminere, sulla litoranea che di lì a qualche chilometro porta verso l'interno, il panorama è sempre incantevole: assurdamente, sono tuttavia i litorali a picco sul mare di un blu intenso a costituire una nota dissonante. Un contrasto che ricorda come avrebbe potuto continuare a essere tutta questa splendida zona. E come sarebbe stato possibile salvare il suo patrimonio naturale se fossero stati messi da parte silenzi, sospetti, accuse, veti incrociati. Assieme alle corruzioni: tentate o presunte. E alle mazzette vere. Tangenti che naturalmente non hanno niente a che far né con l'Alcoa né con situazioni di oggi. Tangenti venute alla luce in passato, nelle inchieste giudiziarie a carico di chi pensava di trasformare in merce la salute giocando sulla disperazione della gente a caccia di un qualsiasi lavoro.

 

ASSIEME A TANTE DISCARICHE. Concentrazione d'industrie.
 È un concentrato d'industrie e depositi quello dislocato in questo spicchio di Sardegna. Alcoa ha 350 dipendenti diretti, nelle imprese esterne altri 250 lavoratori. Nelle due termocentrali Enel 80, più 50 quando ci sono le manutenzioni. Ferma la Portovesme Srl (piombo e altro): 700 operai in cassa integrazione e 400 dell'indotto, sempre in Cig. Chiusa pure la fonderia d'alluminio Otelfalsail: 250 senza più un posto. Tra le aree di stoccaggio, i bacini dei fanghi rossi appena fatti sigillare dalla magistratura, Guruneddu per le scorie di piombo, zinco e fumi d'acciaierie, Nuraxi Figus per i gessi derivati dalla produzione di energia elettrica, Genna 'e luas per i residui delle lavorazioni della Portovesme Srl.

 

«Qui l'emergenza è senza fine». La denuncia del consigliere comunale verde Angelo Cremone.

 PORTOSCUSO. Angelo Cremone è sempre combattivo: «Nessuna novità: in passato proprio qui molti capi di bestiame si sono ammalati di fluorosi e, con la popolazione esposta da decenni a ogni genere di veleni, è facile prevedere che ci saranno altre gravi conseguenze per tutti».   Consigliere comunale dei Verdi, spesso al centro di fatti eclatanti, Cremone ha passato 30 dei suoi 53 anni nello stabilimento che ora vede fuori uso 60 celle produttive su 350, alle dipendenze di società che dal 1980 hanno preceduto l'Alcoa. Oggi è tra i dipendenti del gruppo, ma in mobilità. «Manca un sistema serio di monitoraggio degli inquinanti - sottolinea - Occorrono in continuazione prelievi specifici: invece le centraline sono poche, obsolete, collocate in punti sbagliati. E le indagini sulle malattie, poi? Quando si fanno, nessuno adotta contromisure». «Così passiamo da un'emergenza sanitaria all'altra», prosegue l'ambientalista in una terra dove a incutere terrore non è il possibile arrivo dell'influenza A, ma la convivenza con discariche e produzioni industriali. «E non possiamo certo monetizzare il disagio, come sostiene qualche dirigente sindacale - spiega - Il Cub, il Comitato unitario di base in fabbrica, sta reagendo bene. Ma non si può andare avanti così. Perché alcune celle continuano a produrre nonostante parametri di conduzione oltre i limiti? Perché i fumi fuoriescono ancora?». «Credo che tutti ci dovremmo ribellare - è la conclusione - Ho visto troppi miei compagni di lotta morire di cancro per pensarla in modo diverso. Ritengo non sia un caso che più in generale, mentre a Portoscuso circolano persino rifiuti radioattivi, qualcuno m'inviti a non parlare più di questi traffici oscuri».

 

«Ancora inadeguata la rete dei controlli».

 PORTOSCUSO. «Un'emergenza con dimensioni tutte da definire»: cosi Marco Schintu, chimico, docente d'Igiene nel dipartimento di sanità pubblica dell'università di Cagliari. «Non è purtroppo la prima né sarà l'ultima: la popolazione vive da 40 anni a ridosso del perimetro di un polo industriale - prosegue - Anche quando gli inquinanti nell'aria rientrano nei limiti previsti dalla normativa, è comunque esposta a una miscela di sostanze di diversa natura chimica e fisica, seppure a basse dosi. Non a caso il suo stato di salute è caratterizzato da una maggiore frequenza di malattie dell'apparato respiratorio». «È inoltre da sottolineare che il sistema di monitoraggio della qualità dell'aria nella zona, da tempo dichiarata ad alto rischio ambientale, è inadeguato - conclude il professore - Le centraline automatiche sono obsolete e mal posizionate. In ogni caso i contaminanti più significativi (metalli pesanti e fluoro) devono essere misurati con altri metodi. Questo può generare ritardi nella valutazione dei dati. Con conseguenze sia sulla comunicazione del rischio sia sulla sua percezione».

 

«A rischio la salute della popolazione». No all'ennesima discarica e al raddoppio delle produzioni di zinco. L'organizzazione dei «Medici sardi per l'ambiente» in prima fila nella salvaguardia dell'incolumità pubblica.

 SASSARI. «All'Alcoa affrontiamo l'ennesima emergenza e intanto la Regione lascia costruire un'altra megadiscarica a Portoscuso». Vincenzo Migaleddu è amareggiato. Ma non si scoraggia. Il professionista sassarese è il coordinatore nazionale dell'Area ricerche Isde, International Society of Doctors for the Environment (sono i Medici per l'ambiente, che proprio nei giorni scorsi hanno fatto la prima conferenza sarda a Bosa). In campo da anni per la tutela della salute, Migaleddu adesso assiste con preoccupazione agli sviluppi del nuovo caso. «Per capire, si deve parlare del particolato, il veicolo con cui le emissioni inquinano l'aria - sottolinea - Più piccole sono le dimensioni più il particolato penetra nei polmoni e nel sangue. Quanto poi è maggiore la pericolosità degli inquinanti che contiene tanto maggiori sono i rischi». Dalle produzioni Alcoa scaturiscono anidridi solforose, ossidi di azoto, ozono, idrocarburi. Come si evince dal rapporto Arpas del quale lo specialista ha preso visione, l'Agenzia regionale per l'ambiente in questo caso è entrata in azione a incidente avvenuto. Ora, mentre la società valuta come continuare la produzione e i sindacati paventano la chiusura, i monitoraggi ad hoc proseguono. «L'Arpas non programma la rete dei controlli in condizioni di normalità e così agisce solo in emergenza - afferma Migaleddu - In questa circostanza, per esempio, i suoi tecnici avvertono subito di aver fatto campionature non nelle 24 ore, ma con frequenze giornaliere di 6». Esami ritenuti insufficienti dall'Alcoa, destinati forse ad aprire controversie sull'idoneità dei prelievi. «Comunque - prosegue Migaleddu - l'Arpas adotta parametri in vigore solo per altri 3 mesi e che saranno superati dalle nuove direttive dell'Ue. Manca dunque il rilievo del particolato PM 2,5 e inoltre il PM 10 è valutato con indicatori 4 volte meno selettivi di quelli che entreranno in vigore a gennaio. Ma nonostante questi deficit di base il quadro è lo stesso allarmante». Una questione evidentemente non legata solo alle disfunzioni Alcoa. «Le esposizioni croniche ai fluoruri provocano insufficienze renali, patologie polmonari, neurotossicità, situazioni nocive per il feto nelle gravidanze, accumuli di fluoro nei denti e nelle ossa - sottolinea il medico - Se a ciò si aggiunge che i bacini dei fanghi rossi sono stati appena sequestrati per fluoruri, arsenico e manganese nelle falde, il disastro è evidente». Da qui le ultime perplessità di Migaleddu: «L'11 febbraio la Giunta Soru ha varato un accordo di programma con la Portovesme Srl, per complessivi 300 milioni, teso al raddoppio della produzione di zinco a partire dalla lavorazione dei rifiuti tossici d' importazione, cioè i "fumi d'acciaieria". Dal 24 aprile la Giunta Cappellacci porta avanti il progetto. Solo per la discarica necessaria allo stoccaggio dei residui sono previsti 60 milioni di euro. Al milione e mezzo di tonnellate annue di fanghi rossi d'alluminio si dovrebbero così aggiungere 300mila tonnellate circa di rifiuti della lavorazione dei "fumi" (adesso sono circa 180mila). Mi pongo allora due domande. C'è bisogno di nuovi pericoli in un'area già pesantemente inquinata? E non c'è il rischio di creare corsie preferenziali per il futuro smaltimento di rifiuti nocivi provenienti da altre regioni?».

 

Viviamo barricati nel nostro appartamento. Le difficoltà, i disagi, i timori di chi abita di fronte alle fabbriche.  Non stendiamo la biancheria sul balcone. E per cucinare dobbiamo usare solo acqua minerale.

PORTOSCUSO. Gianluca Balbi e la moglie, Stefania Loche, hanno comprato casa in un palazzo costruito dall'Eurallumina. È un bell'appartamento, arredato con gusto, ricco di libri e di storie, ai piani alti di un condominio con vista sulle fabbriche dell'area industriale. Un complesso dove in tutto risiedono ottanta famiglie. Perlopiù operai, come Gianluca, che ha 38 anni e dopo il diploma di perito ha cominciato a lavorare in uno degli stabilimenti vicini. Ma la vita da queste parti non è semplice. Ad accorgersene, qualche mese dopo il matrimonio celebrato non molti mesi fa, è stata proprio Stefania, anche lei 38 anni, medico anestesista all'ospedale di Carbonia. «Sono nata a Oristano e ho studiato a Cagliari - spiega - Non conoscevo bene questa zona, ma ci sono venuta volentieri. All'inizio non ho realizzato che tipo d'atmosfera si respirasse. L'ho capito da un particolare. La sera ero abituata a predisporre le solite contromisure per evitare l'invasione delle zanzare: tende abbassate, luci spente e così via. Dopo qualche giorno, mi sono resa conto che qui non ce n'è bisogno. Semplicemente non ci sono zanzare. E neanche mosche né altri insetti: non ci possono vivere, loro». Il marito conferma con un cenno del capo. E spiega: «È lo stesso motivo che impedisce di bere il vino delle vigne tutt'attorno. Come di comprare prodotti locali dai verdurai di Portoscuso e Portovesme. O di bere dai rubinetti. Usiamo l'acqua minerale imbottigliata anche per fare la pasta e lavare la frutta». Gianluca Balbi e Stefania Loche per ora non hanno figli. Ma conoscono i rischi ai quali sono stati sottoposti a lungo i bambini di Portoscuso. Un'indagine epidemiologica ha rilevato valori elevati di piombo nel loro sangue. Di fronte a queste come ad altre notizie di segno analogo nessuno può dormire tranquillo. Meno che mai Gianluca. «I miei sono di origini liguri e piemontesi, non ho radici sarde, eppure mi sono ammalato di sclerosi multipla, una malattia diffusa nell'isola - osserva - Intendiamoci: non mi lamento. Questa è la mia terra, l'amo tantissimo. Se non ci fosse stata quella diagnosi, non penserei neppure di star male: in effetti mi sento benissimo, è come se non fossi mai andato a farmi visitare. Dai primi accertamenti sino a oggi non ho avuto nessun problema». Stefania sa che in quest'area della Sardegna certe patologie sono avvertite con più frequenza. «Non me ne occupo direttamente, ma ne sento parlare dove lavoro, al Sirai - sottolinea - In realtà non si conoscono i fenomeni che le determinano in tutti i loro aspetti. Ci sarebbe bisogno di più esami, di maggiori evidenze scientifiche. Ma i primi a chiederli dovremmo essere noi residenti. Invece nel paese si respira un'aria di accettazione, come se fossimo già stati tutti sconfitti. Ecco perché ogni tanto pensiamo di trasferirci: ma qui abbiamo la casa, non è facile decidere. Di fatto, però, viviamo barricati. Io non apro quasi mai le portefinestre che danno sul balcone: non ne posso più di quest'aria che sa di gamberoni marci. Non stendo fuori neppure le lenzuola, le camicie o i pantaloni. Ho comprato un'asciaguatrice, come se fossimo in Danimarca, e la uso all'interno». «Quando però accenno a queste cose, a Portoscuso mi guardano come se la salute fosse un lusso, come se solo noi potessimo pensare di stare dietro a problemi del genere». «È lo stesso modo nel quale vengo visto io da tanti, adesso che sono in cassintegrazione da una società che gestiva appalti per l'Eurallumina - osserva Gianluca - Sanno che mia moglie lavora e pensano: "Tanto tu uno stipendio ce l'hai". Loro invece non prendono neanche il sussidio e non si ribellano. Non so come si faccia a vivere così. Io faccio parte del direttivo provinciale Fiom Cgil. Alla fine degli anni Novanta sono stato assessore comunale per Rifondazione comunista. Ma sono uscito dalla giunta polemizzando col centrosinistra. Volevo continuare a battermi per la salute e per l'ambiente. Ho occupato l'aula con altri compagni. Mi hanno persino denunciato, incriminato, prima condannato e poi prosciolto. Ma voglio continuare a lottare: e quando incontro qualcuno che si arrende prima di combattere mi si stringe il cuore».

 

 

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